Ottavio Bottecchia: il muratore friulano

3 Giu , 2025 - News,Allenamento,Viaggi

Ottavio Bottecchia: il muratore friulano

Ottavio Bottecchia, nato a San Martino di Colle Umberto il 1º agosto 1894, ebbe una carriera ciclistica breve ma di eccezionale intensità e successo. Prima di dedicarsi al ciclismo, crebbe in povertà e lavorò come muratore e carrettiere, il che gli valse il soprannome di “Muratore del Friuli”. Durante la Prima Guerra Mondiale, si distinse per atti di eroismo sul Piave, venendo decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

I momenti salienti della sua carriera ciclistica professionale includono:

Esordi e Passaggio al Professionismo (1920-1922)

Dopo la guerra, nel 1920, Bottecchia iniziò a gareggiare come dilettante con l’Unione Sportiva Pordenonese.

Nel 1922, all’età di 27 anni, divenne ciclista professionista con la squadra Ganna-Dunlop, dopo essere stato notato da emissari di Luigi Ganna.

Nel novembre dello stesso anno, concluse ottavo al Giro di Lombardia.

L’ascesa nel 1923 e il primo Tour de France

Bottecchia partecipò alla Milano-Sanremo, giungendo nono, e al Giro d’Italia di quell’anno, dove si classificò quinto e vinse la classifica isolati e quella “iuniores” gareggiando senza il supporto della sua squadra.

Poche settimane dopo il Giro d’Italia, fu ingaggiato dalla formazione francese Automoto per partecipare al Tour de France.

In quella Grande Boucle, nonostante partisse come gregario, Bottecchia indossò la maglia gialla del primato per sei tappe, diventando il primo italiano a riuscirci. Terminò la corsa al secondo posto nella classifica generale, superato solo dal compagno di squadra Henri Pélissier. Concluse la stagione con un quarto posto al Giro di Lombardia.

Le storiche vittorie al Tour de France (1924-1925)

Nel biennio seguente, conosciuto come Botescià dai francesi, si affermò come forte fondista, scalatore e passista.

Vinse da dominatore l’edizione 1924 del Tour de France, diventando il primo ciclista italiano a conquistare la Grande Boucle. In questa edizione, fu inoltre il primo ciclista a indossare la maglia gialla ininterrottamente dalla prima all’ultima tappa, mantenendola per quindici tappe e vincendone quattro. Prevalse con oltre mezz’ora su Nicolas Frantz. Vinse anche la classifica scalatori del Tour de France e la classifica finale del Giro della Provincia di Milano con Costante Girardengo.

Rivinse il Tour de France nel 1925, consolidando il suo status di eroe in Francia. In questa edizione, si aggiudicò quattro frazioni della corsa e vestì il simbolo del primato per tredici tappe, imponendosi in classifica con quasi un’ora di vantaggio sul secondo, Lucien Buysse. Vinse nuovamente la classifica scalatori del Tour de France e la classifica finale del Giro della Provincia di Milano con Costante Girardengo.

Grazie a questi successi, ottenne notevole fama e importanti premi, che gli consentirono di migliorare la sua condizione di vita e di avviare un’officina per la costruzione di biciclette.

Ultimi anni di carriera (1926-1927)

Negli anni successivi alle sue vittorie al Tour, Ottavio Bottecchia ottenne risultati meno rilevanti.

Nel 1926, fu costretto al ritiro dal Tour de France al termine della decima tappa, sui Pirenei. Nello stesso anno, concluse secondo al Giro dei Paesi Baschi, vincendo una tappa, e quarto al Giro di Lombardia.

Non colse vittorie né piazzamenti di rilievo nella prima metà del 1927.

Ottavio Bottecchia morì il 15 giugno 1927. La sua morte è avvolta nel mistero e ha generato diverse teorie.

Il 3 giugno 1927, Bottecchia fu trovato a terra agonizzante e in stato di semincoscienza lungo una strada tra Cornino e Peonis, una frazione di Trasaghis, nella zona dove era solito allenarsi. Ricevette l’estrema unzione e fu ricoverato all’ospedale di Gemona del Friuli. Gli furono riscontrate fratture alla volta e alla base cranica e alla clavicola destra. Morì dodici giorni dopo, il 15 giugno, senza aver mai ripreso del tutto conoscenza.

Il funerale si svolse il 17 giugno a Gemona, con la bara avvolta dal tricolore e scortata dalle guardie municipali, salutata da un’imponente folla. Tra i colleghi ciclisti, presenziarono gli amici Alfonso Piccin e Adriano Zanaga, oltre ad alcuni campioni francesi e belgi come Henri Pélissier. Fece invece notizia l’assenza dei più forti ciclisti italiani dell’epoca, tra cui Alfredo Binda, Costante Girardengo, Giovanni Brunero e Gaetano Belloni, un fatto che anni dopo fu commentato dal giornalista Gianni Mura suggerendo che “Forse, era un morto scomodo” per i ciclisti italiani. Dopo il funerale, la salma fu traslata nel cimitero di San Martino di Colle Umberto, suo paese natale, per l’inumazione.

La vedova di Bottecchia, Caterina Zambon, affermò alla Gazzetta dello Sport che il marito, in punto di morte, aveva accennato a un “malore”, portandola a pensare a un incidente in bicicletta. Le indagini ufficiali conclusero per la morte accidentale, e questa conclusione permise alla vedova di accedere a un premio assicurativo di 500.000 lire. Anche l’iscrizione sul monumento eretto dal Comune di Trasaghis nel punto del ritrovamento conferma la tesi dell’incidente, riportando “colpito da letale malore”. Nel 1974, la nipote di Bottecchia, Elena, e l’infermiera che lo aveva accompagnato in ospedale, affermarono che nei rari momenti di lucidità, il ciclista aveva pronunciato più volte la parola “malore”.

Nonostante la conclusione ufficiale, furono da subito formulate diverse altre ipotesi sulla causa della morte di Ottavio Bottecchia.

Il libro di Enrico Spitaleri “Il delitto Bottecchia“, con la prefazione di Giorgio Lago, si concentra sulla misteriosa morte di Ottavio Bottecchia. La tesi principale sostenuta da Spitaleri, è che la morte di Ottavio Bottecchia non sia stata un banale incidente (come inizialmente dichiarato dalle autorità), ma piuttosto un omicidio o un agguato.

Il libro analizza le diverse ipotesi sulla fine del campione friulano. Tra le varie teorie, Spitaleri, come altri studiosi che hanno approfondito la vicenda, tende a propendere per la possibilità che la sua morte sia legata a motivazioni politiche.

In particolare, il libro raccoglie anche la testimonianza, in punto di morte, del parroco di Peonis che avrebbe confermato l’aggressione squadrista. Ottavio Bottecchia era noto per le sue posizioni antifasciste, che manifestava anche rifiutandosi di partecipare a manifestazioni o eventi legati al regime. Questa sua ostilità al fascismo lo avrebbe reso un bersaglio.

L’ipotesi sostenuta da Spitaleri e da altri storici e giornalisti che hanno indagato sulla morte di Ottavio Bottecchia trova un notevole rafforzamento nell’incidente che coinvolse il fratello Giovanni Bottecchia pochi giorni prima.

Sappiamo che Ottavio Bottecchia era un convinto antifascista e le sue posizioni non erano un segreto. In un’epoca di forte repressione del dissenso politico da parte del regime fascista, la sua figura di eroe nazionale con idee contrarie al regime era vista come un problema.

Il fatto che il fratello di Ottavio, Giovanni, sia stato coinvolto in un incidente d’auto con la vettura di Franco Marinotti, un noto industriale e fervente esponente fascista del Friuli, può darsi che non sia stata una semplice coincidenza. Marinotti era una figura di spicco nel regime e aveva certamente le “coperture” per agire impunemente. Questa vicinanza temporale e la figura dell’investitore suggeriscono un possibile avvertimento o una ritorsione rivolta alla famiglia Bottecchia.

Inoltre in quegli anni, la violenza politica e le intimidazioni erano all’ordine del giorno. “Incidenti” o “suicidi” erano spesso utilizzati come copertura per eliminare oppositori scomodi. La morte di Giovanni, in questo contesto, può essere interpretata come un tentativo di intimidire Ottavio, o di indebolirlo psicologicamente, prima del suo stesso “incidente”.

La sequenza temporale (incidente di Giovanni, poi la morte di Ottavio) e il coinvolgimento di un personaggio legato al regime nel primo evento, alimentano fortemente il sospetto che la morte di Ottavio non sia stata accidentale, ma parte di un disegno più ampio per mettere a tacere una voce scomoda.

L’incidente di Giovanni Bottecchia con la macchina di Franco Marinotti, avvenuto pochi giorni prima della morte di Ottavio, è già di per sé un fatto che genera sospetto. Marinotti non era un cittadino qualunque: era un industriale di spicco e un fervente sostenitore del regime fascista in Friuli. Il coinvolgimento diretto di un personaggio così influente in un “incidente” che colpiva la famiglia di un noto antifascista come Bottecchia suggerisce fin da subito un possibile avvertimento o una ritorsione.

Quando Franco Marinotti stesso dichiara, nel 1933, che suo fratello Aldo Marinotti faceva parte di una squadra fascista attiva a Treviso e Pordenone, il quadro si completa in modo drammatico. Questa non è una semplice voce, ma una testimonianza diretta da una persona interna agli ambienti fascisti e direttamente legata al “primo incidente” che ha colpito i Bottecchia.

Conferma l’esistenza di un braccio armato del regime: Sapevamo che le squadre d’azione fasciste operavano, ma questa è una conferma autorevole che ne sancisce l’esistenza e la loro attività sul territorio.

Collega direttamente la famiglia Marinotti alla violenza squadrista: Se un membro della famiglia Marinotti era attivo nelle squadre fasciste, e l’altro (Franco) era coinvolto nell’incidente del fratello di Ottavio, si crea una connessione inequivocabile tra la famiglia Marinotti, il fascismo violento e gli eventi che hanno colpito i fratelli Bottecchia. Non si tratta più di coincidenze, ma di un possibile schema d’azione.

Fornisce un movente e un modus operandi: Le squadre fasciste erano tristemente note per il loro ricorso alla violenza, alle intimidazioni e all’eliminazione fisica degli oppositori, spesso mascherando i delitti come incidenti o suicidi. La dichiarazione di Marinotti rafforza l’idea che la morte di Bottecchia possa essere stata un’operazione del genere, volta a eliminare una figura scomoda al regime.

Spiega la tempistica degli eventi: Il susseguirsi dell’incidente di Giovanni e poi della morte di Ottavio acquista un significato ancora più cupo alla luce di queste rivelazioni, suggerendo una deliberata escalation.

In definitiva, la dichiarazione di Franco Marinotti sul fratello Aldo aggiunge un tassello fondamentale all’ipotesi di Enrico Spitaleri nel libro “Il delitto Bottecchia”. Trasforma ciò che poteva apparire come una serie di sfortunate coincidenze in un quadro molto più definito di aggressione politica mirata, rendendo ancora più plausibile la tesi che Ottavio Bottecchia sia stato vittima di un omicidio e non di un banale incidente.

Autori come Elio Bartolini e Paolo Facchinetti hanno concluso che, alla luce degli elementi disponibili, nessuna versione potesse ricevere maggior credito.
Secondo me, la reticenza a non spiegare bene le cose o a cercare di archiviare il caso il prima possibile, tutto fa pensare che non si sia trattato di un incidente . . .
La morte di Ottavio Bottecchia, data la sua fama, ebbe grande risalto sui giornali italiani e francesi. Alla sua storia e alla sua misteriosa morte sono stati dedicati una puntata del programma radiofonico La storia in Giallo di Rai Radio 3 nel 2005, e i documentari “Ottavio Bottecchia, l’ultima pedalata” nel 2008 e “Ottavio Bottecchia El Furlan de Fero” nel 2024 di Franco Bortuzzo assolutamente da vedere.

Comunque sia andata, vogliamo ricordarci di questo sportivo veneto-friulano che ha fatto onore alla sua terra e che resterà per sempre nei nostri cuori.

#peaceandlove


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